Paolo Andriotti Spettacolo per Violoncello Solo Ebraismo, Cristianesimo, Islam Il Mito: un'Indagine all'Origine del Mondo

Ebraismo, Cristianesimo, Islam Il Mito: un'Indagine all'Origine del Mondo

giovedì 6 ottobre, ore 21:00
Teatro Ruzante

Concerto


Ebraismo, Cristianesimo, Islam
Il Mito: un’Indagine all’Origine del Mondo
Spettacolo per Violoncello Solo

Il Contesto
il Mito e la scelta di Tre Autori per Tre Indagini sul Divino

Caratteristica peculiare di questa programma è che gli autori provengono da tradizioni religiose, matrici culturali, epoche profondamente diverse e distanti tra loro; il percorso musicale intende evidenziare agli ascoltatori quanto la musica sia un linguaggio comune e universale per l’umanità, e quanto possa esprimere una indagine comune all’Origine dell’Uomo e del Mondo.
Il Mito indaga le principale domande dell’Umanità e si fa foriero, insieme alla musica, di un sapere che va al di là delle differenze, specificità e confluittualità di un credo, di un luogo, di una cultura.
Così la musica, pur evocando atmosfere differenti tra loro, induce a stati interiori non riconducibili unicamente ad una tradizion, matrice o provenienza, ma più semplicemente alle tante sfumature di diversa levatura e profondità delle quali è capace l’animo umano.

Il Programma

Ernest Bloch (1880-1959)
Suite per violoncello solo n. 1 (durata 15’)
I Prelude,
II Allegro, III Canzona, IV Allegro

J.S.Bach (1685-1750)
Suite per violoncello solo n. 6, BWV 1007, in Sol maggiore (durata 30’)
Prelude, Allemande, Courante, Sarabande, Gavotte I e II, Gigue

Effendi Mustafà (secolo XIV)

Dal “Sùz-ì Dìl-àrà Ayn-i” (durata 20’)
Sultan Veled, II e IV Selam, Taksim, Saz


La Selezione degli Autori e delle loro Opere

E. Bloch è noto per aver ripreso molti temi caratteristici della musica ebraica. Già bravo violinista del suo tempo (allievo di Eugène Ysaÿe), dedicò gran parte della sua vita alla direzione d’orchestra e alla composizione, con la produzione di numerosi lavori caratteristici proprio per l’influsso della musica folcloristica ebraica. Oltre ai lavori più noti concentrati soprattutto in opere per strumento solista e orchestra, Macbeth e alcuni quartetti per archi, sono state scritte anche tre suite per violoncello solo. La prima suite, deliziosamente composta sfruttando caratteristiche timbriche nascoste dello strumento, consta in quattro movimenti: il primo, incentrato soprattutto sul registro grave, ha un carattere misterioso ed una espressività introversa. Il secondo movimento, più ritmico, è costruito sulla quartina di semicrome che si alternano al bellissimo tema che fuoriesce tra le note, con passaggi che ricordano l’illustre predecessore Bach. Il terzo movimento, “Canzona”, mostra l’anima ebrea del compositore in tutta la sua bellezza e il suo struggimento, con il tema proposto dal violoncello “accompagnato” da sé stesso mediante passaggi di corde doppie; l’ultimo movimento, in antitesi al precedente, mostra d’altro canto la freschezza, e la giocosità di una danza caratteristica in 6/8 che ci conduce quasi scherzosamente alla fine dell’opera.

Noto come il più grande compositore di musica sacra cristiana per numero di opere, bellezza e genialità compositiva, J.S. Bach si è per lungo tempo dedicato anche alla realizzazione di brani non finalizzati all’uso liturgico. Oltre alle Suite orchestrali, alle opere per clavicembalo (straordinaria l’opera del Clavicembalo Ben Temperato), e ad altri lavori per diversi gruppi strumentali, spiccano per originalità e sapienza compositiva le opere per violino solo e violoncello solo. In particolare, la suite n.6 per violoncello solo è l’ultimo brano della raccolta di opere scritte dal grande maestro tedesco “Le sei Suite per violoncello solo”, e rappresenta la vetta più alta di esse per difficoltà tecnica. Dal punto di vista compositivo le sei Suite vanno intese come un corpo unico, visto che Bach descrive in modo sapiente e capillare nel corso delle varie suite le possibilità tecniche e timbriche dello strumento. Bach, per sfruttare appieno le sonorità violoncellistiche arriva nelle suite addirittura a modificare alcune caratteristiche di base dello strumento, come nel caso della Quinta Suite, dove prevede l’uso di una corda “scordata”, o più opportunamente accordata con un altra nota per creare timbri differenti, o come nel caso della sesta suite che andremo qui ad ascoltare, dove l’autore ha inizialmente previsto l’uso di una quinta corda più acuta, accezione caduta poi in disuso nella prassi esecutiva a causa della difficoltà a reperire strumenti di tale fattezze. Caratteristica comune a tutti i pezzi scritti originalmente per violoncello solo è il tentativo di simulare la presenza di più strumenti, anziché presentare uno strumento monodico quale in realtà è il violoncello: e Bach lo fa nella maniera più sapiente possibile. Il preludio è un movimento introduttivo, che apre la suite proprio con una risonanza di due corde che producono la stessa nota, ricordando vagamente, come diceva il grande maestro Rostropovich, scomparso pochi anni or sono, l’eco di campane in festa, quasi a voler celebrare la realizzazione e conclusione di questa geniale opera dalle dimensioni maestose quale è la raccolta di suite. L’Allemande è una danza lenta, di carattere più introspettivo, che porta l’ascoltatore in una dimensione più intima, quasi a “guardarsi indietro”, la Courante, dal carattere brillante e veloce come suggerito dal nome in francese, mostra in tutta la sua ampiezza lo spettro sonoro del violoncello, con le sue volate veloci che spaziano rapidamente dal registro più acuto a quello grave e viceversa. La magnifica Sarabande, è un brano caratteristico per la sua accentuazione sul secondo movimento, il movimento debole: affettuosa, intima, elevata, è costruita tutta su bicordi dando così la suggestione di due strumenti che suonano assieme una melodia. Le due Gavotte, la prima di carattere più ritmico e la seconda più melodico, sono danze seicentesche. Come nel caso dei minuetti della prima suite, sono pensate per essere suonate di seguito l’una all’altra per poi tornare alla prima, evocando così una ciclicità tipica dei movimenti più spiccatamente danzanti. Infine la Gigue, movimento finale in tutte le suite, in ritmo ternario, ha un carattere giubilare e festoso, che volge all’ampio respiro, e quindi alla conclusione.

Il “Sùz-ì Dìl-àrà Ayn-i” è la musica turca che accompagna il grande rituale della “Danza dei Dervisci rotanti”, della confraternita Sufi Islamica del Mevlevi, fondata dal grande mistico poeta Jalāl al-Dīn Rūmī nel XIII secolo. Tale musica, scritta da Effendi Mustafa, autore turco anch’egli del XIII secolo, richiama subito l’ascoltatore alle atmosfere mistiche dell’antica cultura spirituale Sufi, anche mediante l’uso della scala musicale con il secondo grado abbassato e ai cromatismi, che creano una sorta di ambiguità tonale, conferendo alla musica quel tipico colore medio-orientale e la particolare suggestione ipnotica caratteristica di questi brani. Concepito per essere eseguito da un gruppo variabile di strumenti tradizionali Turchi ad arco e a fiato suonati all’unisono (ai quali solo all’inizio del ‘900 è stato inserito istituzionalmente il Violoncello), il Sùz-ì Dìl-àrà Ayn-i viene qui proposto con strumento solista in un estratto che vede presenti il “Sultan Veled”, movimento di apertura della danza, in cui i Dervisci, con degli inchini, rendono omaggio al Maestro di cerimonia, il “III e IV Selam”, ossia le ultime delle quattro parti in cui è suddivisa la danza, il “Taksim”, che è una parte di libera improvvisazione dello strumentista e infine il “Saz”, festosa musica di chiusura dell’intero rituale.

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