Parole antiche e moderne si riflettono l’una sull’altra, e insieme danno forma a ciò che siamo.

Alla Fiera le parole prendono vita, si incontrano, si riflettono l’una sull’altra svelando a volte discordanze e contraddizioni, altre familiarità e intesa. Palazzo della ragione è lo scenario principale di questo incontro-confronto, e qui le parole sono accolte dalla grandezza di spazi e dallo splendore disarmante degli affreschi.

Una meridiana, per coloro che non l’avessero notata, scandisce il susseguirsi dei vari appuntamenti di ogni singola giornata. Un raggio di luce filtra infatti attraverso la bocca di un sole scolpito, collocato sulla parete sinistra della sala, e si proietta sul pavimento, passando inosservato alla vista di molti. È proprio all’interno di questo ambiente che si crea un dialogo tra passato e presente, esterno e interno, spazio e tempo. Qui le parole, vere protagoniste di questo festival, ricercano significati per la pluralità e la ricchezza dell’esistente

Le parole si sfidano e sfidano se stesse, e molti autori sono risaliti fino alla loro forma originaria per cercare di afferrarne il valore più autentico, il senso più preciso che esse veicolano. In questi giorni, molti sono stati coloro che hanno riportato al pubblico la derivazione greca delle parole chiave del proprio discorso, e tale operazione non smette mai di affascinare e incuriosire. Parole antiche e moderne si riflettono l’una sull’altra, e insieme danno forma a ciò che siamo.

Mercoledì sera, nella sua lectio magistralis sul libro “L’ora di lezione”, Massimo Recalcati ha descritto il carattere illusorio del sapere inteso come trasmissione, e nel fare ciò si è ricollegato a un passo Platonico. Socrate, arrivato in ritardo a un banchetto, si siede vicino ad Agatone su invito di quest’ultimo. Agatone infatti spera che, avendo vicino a sé il maestro, “possa essere più facile offrire la sua testa come una coppa vuota per essere riempita dal sapere di Socrate”. Il verbo “essere riempito” in greco ha una connotazione sessuale, e Recalcati fa ricorso a tale concetto per criticare la ricerca passiva dei contenuti, e per introdurre l’impossibilità umana di possedere il sapere. Quest’ultimo, infatti, stimola il movimento creativo della mente e della libertà umana, fino a illuminare e creare nuovi mondi. All’interno di questo discorso, “il buon maestro è colui che lascia un’impronta, l’amore per il sapere, e che permette l’incontro degli studenti con il sapere stesso”. “Il buon maestro-prosegue l’autore- mette in moto, libera, è custode dei limiti del sapere e continua a ricercare, accompagnando ogni ragazzo nel proprio viaggio di scoperta”.

Anche Umberto Galimberti ha fatto largo uso di parole greche nella sua presentazione del libro “Le cose dell’amore”, che ha avuto luogo Giovedì 9 Ottobre. In particolare, nella definizione del concetto di amore attraverso l’interpretazione avvincente e ammaliante del Simposio platonico, l’autore ha esplorato tutte le parole che all’amore si intrecciano, definendolo e negandolo. Così l’amore è mania, ovvero follia, caratteristica tipica della divinità opposta alla razionalità umana. L’amore è atopia: per vivere l’esperienza amorosa, l’io deve infatti essere dislocato e la ragione abbandonata. L’amore è penia, povertà, mancanza. Amore è intermediario, traduttore della follia in ragione e della ragione in follia.

Nella ricerca delle loro radici, le parole assumono quindi sfumature nuove e rivelano significati più ricchi e più allusivi. Le parole risuonano e fanno sentire tutta la loro forza, e percorrono la storia umana abbracciando al loro interno la voce dell’uomo di ogni tempo.

Il presente dell’umanità si specchia nel proprio passato per vedere riflesso il proprio domani.

Pubblicato: sabato 11 ottobre 2014

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