Stefano Dambruoso

Il 'Time' lo ha incluso nell'elenco dei 36 eroi europei. La stampa europea e italiana ha parlato spesso di lui, delle sue indagini, dei successi ottenuti nella lotta, infaticabile, che da anni lo porta a individuare, seguire, intercettare e arrestare gli uomini delle cellule che, in Italia e in altri paesi, Osama bin Laden ha dislocato in una rete spesso invisibile, ma pronta ad azioni terroristiche. Lui pero' non ama parlare di se': nel suo ufficio al sesto piano della cittadella giudiziaria milanese vive una vita blindata, fatta di inchieste, di rapporti, di investigazioni che lo assorbono completamente giorno dopo giorno, perennemente accompagnato da una nutrita scorta, sempre di fretta, spesso assorto nei suoi pensieri. Una vita non facile per un magistrato che, ancora molto giovane, ha gia' collezionato risultati tali da esporlo tanto alla 'gloria' quanto al pericolo. I DUE AVVERTIMENTI MAFIOSI Stefano Dambruoso nasce 41 anni fa a Bari e, neo-sostituto procuratore, viene applicato ad Agrigento dove segue numerosi processi di mafia, gia' con quella determinazione che gli 'costa' le prime minacce. Ha solo 31 anni quando, ancora ad Agrigento, trova davanti alla porta di casa una grossa scatola gialla con dentro mezza testa di maiale. Non e' che il primo avvertimento. Qualche anno dopo 'Cosa Nostra' alza il tiro e gli fa avere un messaggio ancora piu' esplicito: tre proiettili in una busta nella quale c'e' anche una sua foto attraversata da due croci nere e un ritaglio di giornale che riporta un servizio sulla strage di via D'Amelio. Il passaggio dalla mafia al terrorismo internazionale di stampi islamico, per lui, non e' stato meno indolore. Arrivato alla Procura di Milano, nel 1996, esordisce con alcune indagini sulle brigate inarco-insurrezionaliste. Poi comincia a indagare sul terrorismo islamico. E da allora non ha avuto piu' pace. MA PER I TERRORISTI ISLAMICI L'ITALIA E' ANCORA TERRITORIO 'NEUTRO'? Nelle sue tante inchieste Dambruoso si imbatte presto in tunisini, egiziani, somali, dediti per lo piu' al procacciamento di documenti falsi e al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e capisce che in un paese come l'Italia, fino a poco fa considerato dal terrorismo un territorio 'neutro', da utilizzare come base logistica d'eccezione per la sua collocazione geografica, anche reati come quelli, a prima vista non gravi, sono di importanza strategica per un'organizzazione che fa della clandestinita' e della ramificazione un punto di forza. ''Non serve per forza trovare una bomba per accertare la pericolosita' di questi soggetti'' , ha detto in un'aula del Tribunale Stefano Dambruoso ai giudici. ''Perche' per questo tipo di terrorismo l'approvvigionamento di documenti falsi e' cosi' fondamentale da essere considerato un vero pericolo''. L'ATTENTATO SVENTATO AL DUOMO DI STRASBURGO Dambruoso si imbatte presto in falsari d'eccezione, i fratelli Kazdari, che in casa custodivano un vero e proprio arsenale di timbri e documenti tali da imitare alla perfezione qualsiasi certificato di Prefettura, Ambasciata o Consolato. Ma la 'svolta' arriva nel 2001, sei mesi prima dell'attacco alle Twin Towers, quando chiede e ottiene l'arresto di un gruppo di cinque islamici tra i quali Essid Sami Ben Khemais, il 'capo' detto 'il viaggiatore' per i suoi continui spostamenti nei vari paesi europei in un infaticabile intreccio di contatti con altre cellule, con le quali, forse, preparava un clamoroso attentato al Duomo di Strasburgo da realizzare durante le festivita' natalizie del 2000-2001, per il quale era gia' tutto pronto se non fosse intervenuta la Polizia locale grazie alle indagini collegate con Milano. Il gruppo individuato e' importante proprio per l'inquadramento dei cinque islamici in una struttura nella quale al Qaeda e' considerata un vertice e un modello quasi mitico. Dambruoso e' sulla pista giusta. Ha ricostruito i 'canali', ha compreso modalita' e significati di quella che e' stata la riorganizzazione di una vastissima rete estesa in piu' paesi che, dopo la Cecenia, si era rimodulata sulla scia dell'ideale di quel nuovo stato islamico indicato come obiettivo da Osama bin Laden. PER I TERRORISTI ISLAMICI L'ITALIA E' UN PAESE SUDDITO DI USA E ISRAELE Ma i 'rischi' aumentano: nel dicembre 2001 i servizi scoprono che alcuni killer algerini erano entrati in Italia con l'intento di ucciderlo. E la scorta di Dambruoso si triplica. Indagine dopo indagine il livello si alza. E, nella primavera scorsa, agli arresti a San Vittore finiscono personaggi definiti ''qualificati membri di al Qaeda'' come il marocchino Mohamed Daki, detto ''lo specialista'', che studio' insieme con Atta, uno dei membri del commando suicida dell'11 settembre, o come El Ayashi Radi, detto Merai, presunto capo della cellula milanese, venuto in Italia per rimpiazzare il ruolo che era stato di Es Sayed Abdelkader, luogotenente di Osama bin Laden morto, pare, a Tora Bora sotto il fuoco americano. E' proprio Merai ad accogliere in Italia, sempre nella primavera del 2003, il somalo Ciise, figura cosi' di rilievo da far uscire allo scoperto, in vista del suo 'ingresso', diversi indagati. Intercettati subito dopo il loro arresto, Merai e Ciise si lasciano scappare di tutto: dal fatto di essere in contatto con elementi di altissimo livello all'estero, al proprio ruolo di combattenti dell'organizzazione transnazionale. Ma soprattutto confermano quel che era gia' un sospetto: che l'Italia non e'piu' vista come un crocevia strategico 'neutrale', ma un paese odiato, suddito nelle scelte degli Stati Uniti e di Israele. Un paese verso il quale riversare odio: ''Molto presto avranno una notizia bella da vedere -dice Merai a Ciise riferendosi agli italiani- e pagano, perche' sono come cani, gli altri avanti e loro dietro al guinzaglio''. Dall'Italia Merai provvedeva a reclutare 'soldati' da inviare in Afghanistan dopo un periodo di preparazione in campi di addestramento allestiti in Siria e in Iraq, molti dei quali oggi distrutti dal recente conflitto in Afghanistan. Solo negli ultimi mesi le indagini di Dambruoso portano a nove arresti e a settantacinque rinvii a giudizio. La 'rete' italiana, con tutte le sue ramificazioni all'estero, vacilla. Ma non e' ancora finita.

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