Marcella Cecchini

«Di mestiere faccio l’insegnante di lettere negli istituti tecnici. Da giovane avevo provato a imparare un po’ di russo, nell’eventualità, abbastanza remota, a dire il vero, di continuare a studiare storia in Unione Sovietica. Mai avrei pensato che di lì a poco tanti ragazzi slavi si sarebbero seduti davanti a me in un’aula del mio paese e sarebbero stati capaci di emozionarmi al punto di sentire il bisogno di scrivere di e con loro. Marco Lodoli ha detto che a scuola si ha il privilegio di stare accanto alle origini, perché le illusioni sono ancora intatte, tutto è possibile; lì si trova il tempo di parlare della vita, della morte, dell’amore, si ride, si discute, ci si mette in gioco. A scuola io soprattutto ho conosciuto il fenomeno dell’immigrazione e la sua principale possibilità di riscatto. Attraverso le paure e gli avvilimenti degli studenti stranieri ho rivissuto la malinconia della mia famiglia che ha sempre avuto qualcuno che ad un certo punto prendeva su e se ne andava in America. In classe gli autori della cultura italiana hanno ritrovato voce, trasmesso idee, risvegliato ricordi in ragazzi che sono diventati in fretta e senza troppi rimpianti, lì, davanti a me, cittadini del mondo intero.»

Condividi con i tuoi amici su: